Il computer è dell’anteguerra. Funziona grazie a due piccoli criceti che lavorano alacremente al suo interno.
Il mouse cigola. Forse è un lamento: vuole andare in pensione e lasciarsi morire. Probabilmente sta meditando il suicidio, così come i miei timpani.
Non ho spazio vitale tra la scrivania e il muro. Se mi azzardassi ad ingrassare di un etto, rischierei la morte per soffocamento (questo anche a causa di un enorme termosifone posizionato dietro alle mie spalle, perennemente regolato su temperature tropicali).
La sedia è piccola, scomoda, strettamente antianatomica e dotata di schienale bassissimo. Niente a che vedere con le poltrone supermegafiche dei miei colleghi.
Ah già… I miei colleghi…
Accanto a me giace Faccia di Pietra, detto così per via della sua espressività e loquacità. Talvolta mi domando se sia vivo e se sappia parlare.
Di fronte, Call Center. Lavora qui da sei mesi sei e ancora non ha imparato a rispondere al telefono. Si fa cogliere da attacchi d’ansia ad ogni squillo.
Il mio Tutor è un rompicoglioni smemorato e la sua segretaria già mi odia.
Dulcis in fundo, non mi danno una lira, nemmeno uno schifo di rimborso spese o un ticket restaurant per avvelenarmi il fegato da McDonald’s.
Questa, in sintesi, la mia prima settimana da tirocinante.
La prima di quarantotto.
Già lo so. Non sopravvivrò.
Mi avevano avvisato di quanto fosse poco simpatico il mondo del lavoro. Ma così, davvero, non pensavo.
Mi chiedo perché, tra tutte le strutture bramose di ospitare e spremere una neolaureata per un anno, abbia volontariamente scelto di venire qua.
Me lo chiedo, però evito di rispondermi.
Non sono ancora pronta ad ammettere a me stessa che è tutta colpa del biondino capellone, di cerulei occhi possessore, con cui ho fatto il colloquio.
Sì, sì... lo so. Impensabili le storie sul lavoro.
Lo so bene.
Troppo bene. Mannaggia a me.
S. (come Sono Sempre la Solita)






